Il tempo visto da chi ha l’ADHD (e perché i timer ci aiutano… finché funzionano)

Una delle cose meno intuitive per chi non vive l’ADHD da vicino è il rapporto con il tempo. Per molti bambini (e adulti) con ADHD, il tempo non è una linea chiara e prevedibile: è più simile a qualcosa di elastico, che si allunga e si accorcia senza preavviso. Dieci minuti possono sembrare infiniti… oppure sparire in un attimo.

Questa difficoltà si chiama spesso “time blindness” (cecità temporale): non è distrazione o mancanza di volontà, ma proprio una diversa percezione del tempo che passa. E questo rende complicate tante cose quotidiane: smettere di giocare, prepararsi per uscire, passare da un’attività all’altra.

Per aiutare mia figlia, ho iniziato a cercare strategie pratiche. Un consiglio che ho trovato spesso, soprattutto da adulti con ADHD, è l’uso dei timer visivi. Così ho comprato un visual timer, anche piuttosto carino, con un arcobaleno che rendeva il tempo “visibile”.

All’inizio ha funzionato benissimo. Concordavamo insieme:
“Ti metto il timer di 10 minuti, poi si spegne la TV e si va a cena.”
E quando il timer suonava, mia figlia spegneva tutto e arrivava subito.

Poi, però, è iniziata la fase due: ha scoperto che il timer si poteva girare indietro. E lo faceva con una certa abilità anche. Risultato: ho dovuto metterlo in alto, fuori portata.

A quel punto siamo passati alla tecnologia: i timer vocali. Con Alexa, per esempio, il timer non è più un oggetto che si può manipolare, ma qualcosa di “esterno”, quasi una terza persona. E questa cosa ha funzionato di nuovo. Per un po’.

Adesso siamo nella fase successiva: il timer suona… e viene ignorato.
E allora intervengo io:
“È suonato il timer.”
“Ok, mettimene ancora due minuti e poi vengo.”

E, a onor del vero, dopo quei due minuti arriva davvero.

Quello che sto imparando è che, con l’ADHD, non esiste la strategia definitiva. Non c’è un metodo che “risolve tutto per sempre”. Le soluzioni funzionano… finché funzionano. Poi vanno adattate, cambiate, reinventate.

Non è un fallimento. È parte del processo.

E forse la cosa più importante non è trovare lo strumento perfetto, ma rimanere flessibili abbastanza da cambiare strada quando serve, senza perdere di vista l’obiettivo: aiutare i nostri figli a orientarsi in un mondo che, per loro, ha regole temporali completamente diverse.

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